Perchè
il veicolo elettrico
si
veda anche:
L’emergenza
ambientale: la salute del nostro pianeta
Secondo
l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), i gas serra hanno già
innalzato la temperatura del globo di 0,6 gradi; e se non venissero intraprese
azioni importanti di contrasto questo trend porterebbe a fine secolo ad un
aumento compreso tra
1,4 e 5,8 gradi. La superficie artica si è ridotta dello 0,8% annuo dal
1979 al 2005, e più a sud gli uragani Katrina, Rita, Alfa, Beta, Gamma, Delta e
ancora, allarmano per l’eccezionale sequenza ravvicinata, mentre i laghi
africani presentano inequivocabili segni di restringimento. L’analisi della
temperatura dell’aria troposferica sull’Antartide, a 4-
Eppure,
nonostante gli otto anni passati dalla firma del Protocollo di Kyoto abbiano
visto un progressivo accelerarsi dei segnali di cambiamento del clima, una parte
della comunità internazionale sembra mostrare un certo calo di tensione, per le
resistenze sia di paesi industrializzati
ad alta concentrazione di usi energetici, che di paesi emergenti a ritmo
accelerato. Nell’auspicare
fortemente che non debba prevalere un approccio minimalista, riluttante verso
l’assunzione di concreti e ben definiti impegni quantitativi di riduzione
delle emissioni di gas climalteranti all’orizzonte del 2020, quanti come
l’Italia hanno già sottoscritto il Protocollo non debbono e non possono
abdicare agli impegni assunti.

D’altra parte, il rapporto
2005 dell’Agenzia Europea
dell’Ambiente dichiara esplicitamente che sulle basi delle proiezioni
fattibili oggi, la gran parte degli
stati membri d’Europa incontrerà difficoltà a rispettare gli obiettivi: il
protocollo impegnava l’Europa a ridurre al 2012 le emissioni di gas serra
nella misura del 5,2% rispetto ai valori del 1990 (per l’Italia l’obiettivo
era il -6,5%), ma questo traguardo sembra ormai utopistico visto che dal 1990 al
2004 le emissioni europee sono viceversa aumentate di oltre l’11%, e che,
in assenza di contromisure,
supererebbero nel 2012 il +16%. L’Italia
è in difficoltà maggiore, considerato che nonostante gli interventi attivati,
le emissioni climalteranti del 2004 hanno già superato di quasi il 13% quelle
del
È bensì vero che i meccanismi di trading internazionale dei gas serra, ormai
entrati in fase operativa, consentono di acquistare quote di credito ambientale
sul mercato (anche se paradossalmente il trasporto non rientra ancora nello
schema della limitazione delle quote di emissione di CO2); ma in ogni caso,
seguendo questa strada e anche nell’ottimistica ipotesi di stabilizzazione ai
livelli di emissioni attuali, occorrerebbe acquisire sulla borsa, da qui al
2012, crediti per più o meno 600 milioni di tonnellate di CO2, che alle
quotazioni attuali di 20 Euro/tonnellata
(destinate probabilmente ad
aumentare) significherebbero per il paese un esborso di almeno 12 miliardi di Euro.
Denaro che parrebbe assai meglio
utilizzato per attivare interventi di concreta riduzione delle emissioni
nazionali.
Come
evidenziato dal Rapporto Nazionale
sull’Ambiente del
Il
problema energetico
Tutto
ciò può e deve, nello stesso tempo, innescare perfezionamenti e innovazioni
indirizzati ad una maggiore efficienze negli usi finali. E anche sotto questo
profilo il settore dei trasporti, che in Italia è quello che
maggiormente incide nel bilancio energetico nazionale, con un consumo di
44,4 MTep (dato 2005) imputabili per il 90%
al trasporto su gomma, costituisce un’area di potenziale forte
innovazione.
La
salute delle nostre città
L’altro
aspetto dell’inquinamento, ancora più immediato, è quello della
concentrazione delle sostanze inquinanti immesse direttamente nell’ambiente in
cui l’uomo è presente in continuità. Nonostante gli interventi finora
attuati - dall’introduzione della marmitta catalitica al graduale
svecchiamento del parco veicolare, le emissioni locali dei veicoli nell’ambito
cittadino travalicano largamente e ormai sistematicamente i limiti di
compatibilità ambientale: nel 2003 l’83% delle stazioni di rilevamento sul
territorio nazionale hanno visto superare i limiti consentiti, e Roma e Torino,
seguite a ruota da molte altre aree metropolitane, hanno oltrepassato per 180
giorni la concentrazione di polveri attualmente ammessa, contro i 35 giorni
stabiliti come massimo annuale. E le grandi città dell’intera Europa non sono
mediamente in condizioni migliori.
Si
tratta quindi di un problema del breve termine, da fronteggiare con la massima
urgenza perché riguarda profondamente l’habitat dell’uomo, nella vita e
nell’operatività nelle aree urbane.
Dal 1990 al 2003 la domanda di mobilità urbana in Italia è aumentata
fortemente e la motorizzazione ha visto accrescere la propria incidenza sul totale
delle emissioni di NOx, superando il 50% di quelle complessive nazionali di tale
inquinante; la forte crescita è da correlare sia all’aumento del parco
veicolare, sia alle aumentate percorrenze annuali, sia infine al graduale
aumento delle tratte di breve durata ed alte emissioni, non controbilanciate
dalla maggior efficienza dei motori moderni. Per di più, l’auto privata resta
il mezzo principale di spostamento all’interno delle città (a Roma ci sono 72
auto ogni 100 abitanti).
Il
traffico urbano è diventato ormai uno dei principali fattori di perdita della
qualità della vita nelle città, che si declina anche in inevitabili danni per
la salute dell’uomo (si veda il riquadro Traffico
e salute). Negli ultimi anni un’attenzione particolare si è appuntata
sulle emissioni di polveri aerodisperse di dimensioni submicrometriche, più
pericolose perché capaci di penetrare senza ostacoli nel polmone profondo
depositandovi le sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene contenute. Con
il 74% delle emissioni complessive di polveri PM10 a livello nazionale (il resto
proviene per il 10% dall’industria e per il 16% dal riscaldamento), i
trasporti detengono anche sotto questo aspetto uno sgradevole primato.
Una
ulteriore criticità del traffico stradale è il rumore, aspetto ancora
largamente trascurato nell’intera area UE se si considera che
In
sostanza, il sistema di trasporto appare al momento ben lontano dall’essere
sostenibile, e per molti versi si muove in direzione di ulteriori peggioramenti.
L’UE
sottolinea l’urgenza del problema, invitando i paesi membri a “gestire
volumi crescenti di traffico e livelli di congestione, rumore e inquinamento,
incoraggiando il ricorso a modelli di trasporto più ambientalmente friendly e
internalizzando i costi sociali e ambientali”.
Questo
settore rappresenta quindi un’importante area di intervento, che attraverso la
continuità di una decisa volontà politica è ancora suscettibile di
miglioramenti significativi nel panorama qui considerato: basti pensare alle
strategie urbane sulla mobilità sostenibile, col rilancio del trasporto
pubblico, il cambiamento delle abitudini di guida, ma anche con l’introduzione
di soluzioni innovative come il road
pricing e il car sharing; e con
interventi tesi a stimolare e sostenere la concreta introduzione di veicoli
ambientalmente ed energeticamente più efficienti, quali sono quelli basati
sulla trazione elettrica.